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Quel cemento come velluto

Link all'articolo del Mattino di Padova

L’architetto Renzo Piano vide, toccò con mano, valutò e in cinque minuti decise. Quel cemento grigio chiaro con un sospiro d’azzurro, quasi traslucido, capace di catturare la luce e di restituirla come fosse uno specchio, quel cemento che fasciava Punta della Dogana senza stringerla, moderno, funzionale e puro, quel cemento di quella tonalità inedita al quale non aveva pensato perché non credeva esistesse era esattamente ciò che voleva e l’uomo che glielo poteva offrire era a pochi chilometri di distanza. «Posso chiamarlo?» chiese Renzo Piano a Tadao Ando mentre i due architetti visitavano il nuovo spazio espositivo di Pinault, il genovese a soppesare e il giapponese a spiegare com’era riuscito a trasformare il rudere della Serenissima nel museo che tutto il mondo veniva ad contemplare. «Devi chiamarlo» gli rispose Ando e così tutto ebbe inizio.

Era il primo giungo 2010 e Pietro Dottor, presidente di Dottor Group di San Vendemiano (Treviso), aveva terminato da un anno il cantiere affacciato su bacino San Marco, pensava a nuovi progetti, poteva immaginare molte cose, anche bellissime, ma difficilmente si sarebbe spinto a credere che nel giro di un anno avrebbe esportato il “suo” cemento dall’altra parte dell’oceano sbalordendo gli americani e che, dopo altri due, avrebbe visto ultimato il nuovo museo Kimbell firmato da Renzo Piano a Fort Worth, in Texas, presentato ieri alla stampa, omaggiato oggi con un gala e domani con l’inaugurazione. «Nessuno aveva mai osato realizzare uno spazio espositivo con pareti in cemento per poi appenderci un Caravaggio - ha detto Piano - Per me questo non è un cemento qualunque, per me è una "pietra colata" al tatto non è solo liscio, ma è sensuale».

Ventiquattro mesi esatti di lavoro per affiancare al complesso architettonico progettato nel 1971 da Louis Kahn - e non più sufficiente ad ospitare la collezione Kimbell e le esposizioni temporanee - una nuova struttura fatta di cemento che sembra velluto. Un quasi raddoppio del museo con altri 7.500 metri quadrati di spazi espositivi ripartiti tra tre gallerie, una lobby e un auditorium. Quattro enormi scatole, due con il tetto di vetro che guarda il cielo e due sotto il giardino pensile con il soffitto di zolle, in un susseguirsi di gigantesche travi di legno, vetrate, bande di luce e valli di cemento. Natura e cultura: ma per farle incontrare e andare d’accordo, come spiegano Pietro Dottor e il figlio Alessio, project manager dell’intervento, c’è stato un impegno pazzesco.

Renzo Piano, infatti, si era innamorato di un materiale che negli Stati Uniti è trattato, lavorato e considerato come materiale di “sacrificio”, roba di terz’ordine, nero, triste e plebeo. Per mesi Pietro e Alessio Dottor hanno visitato tutti i cementifici del Texas, hanno analizzato la sabbia, confrontato la ghiaia, consultato i chimici della loro azienda e infine, per far capire oltreoceano cosa volevano esattamente, hanno spedito a Fort Worth 500 chili di materiale. Un campione di cemento che era il risultato di un impasto trattato come uno chef mescolerebbe la sua besciamella, nel quale ogni ingrediente deve avere la quantità, il colore e il peso specifico giusto.

Con una nave container hanno spedito dall’altra parte dell’Atlantico i gruppi elettrogeni, 17 mila metri di guarnizioni speciali per i pannelli, 8.400 coni in acciaio, 12 mila tappi per i casseri, i banchi di lavoro per l’assemblaggio e persino gli aghi vibranti per togliere le bolle d’aria dalle colate di cemento. Quindi hanno costruito un capannone quasi sterile, perché i pannelli che contengono il cemento fuso non possono sopportare la polvere, e si sono chiusi da notte.

Dopo aver avuto la meglio su una burocrazia che è durata un anno grazie anche ai consulenti legali della studio Barel & Malvestio, aver costituito la Dottor US, dopo l’addestramento di 70 operai per lo più messicani con i quali la comunicazione avveniva in dialettto veneziano, dopo due anni di contatti tra gli ingegneri e i chimici di San Vendemiano e il team trapiantato in Texas (tra cui l’ingegner Luigi Cocco, specialista nella progettazione esecutiva
dei casseri), dopo tutto questo Dottor Group continuerà a parlare americano. Alessio Dottor sta infatti aprendo una sede a Los Angeles perché sembra che il cemento del Kimbell, liscio come l’alabastro ed elegante come la seta, sia diventato l’ultima moda.

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